domenica, 17 febbraio 2008



IL PETROLIERE (2007, di Paul Thomas Anderson)
Difficile chiedere di meglio ad un film perfetto come questo. Ci si trova a sprofondare nella spirale della vita di Daniel Plainview (non si vedeva un personaggio così gigantesco al cinema da, boh, anni? Decenni?), attorno a cui il film si stringe sempre di più, riducendo gradualmente gli spazi intorno alla sua figura e all'odio, la rabbia e la violenza che gli crescono dentro.
E nel frattempo Anderson piazza delle sequenze che stanno testa e spalle sopra tutte le cose meravigliose che ha fatto in passato. Basterebbe l'esplosione del pozzo, con l'incidente che colpisce il figlio del protagonista, a stabilire che questo è un capolavoro di quelli autentici, destinato ad una sicura longevità.
Il regista riesce a non farsi soffocare mai dall'interpretazione assolutamente fuori parametro di Daniel Day-Lewis, e anzi lascia impressa con decisione la sua personalità sul film, che emerge netta nella scelta dei tempi atipici della narrazione, nell'utilizzo magistrale delle musiche (che meriterebbero un post a parte, lode a Greenwood), e nella assurda alchimia che fa risultare anche There Will Be Blood come un film insieme cerebrale e passionale, di testa e di stomaco.
Lodi sperticate anche per Paul Dano, e sguardi perplessi per tutti quelli a cui non è piaciuto, o che si prodigano nel trovare difetti a questa opera straordinaria.

in sala ero in compagnia di tanti bei cinebloggers, che di nuovo saluto. è sempre un piacere, anche per quello che non ha apprezzato il film.


THE DARJEELING LIMITED (2007, di Wes Anderson)
Ero pronto a strapparmi i capelli anche per quest'altro Anderson, ma The Darjeeling Limited è un oggetto un po' strano da giudicare.
Il buon Wes va col pilota automatico per una buona metà del film, riproponendo le cose che sa fare meglio, anche se un po' meno incisive del solito. L'umorismo è sempre quello, le tematiche anche, e così anche le deliziose trovate estetiche. Rischia quindi di passare per un lavoro minore, soprattutto perché in definitiva più abbozzato e irrisolto degli altri (e certo è comunque ben lontano dalle altezze di Steve Zissou, che a pensarci adesso è forse la cosa migliore fatta da Wes Anderson fino ad ora), ma per tutta l'ultima parte The Darjeeling Limited è un continuo crescendo, visivo ed emozionale, a cui è veramente difficile rimanere indifferenti.
Dal (doppio) funerale fino ai titoli di coda sulle note di Les champs Elysées viene ancora una volta voglia di abbracciare il regista e incoraggiarlo a continuare così, a fare sempre le stesse cose: inquadrature frontali, personaggi stralunati, umorismo snob e tutto il resto. Da queste parte almeno per un po' saranno sempre apprezzate.

scritto molto male da Andrea| 23:25 | commenti (14)
categorie: cinema, in sala, visioni casalinghe

mercoledì, 02 gennaio 2008

CLASSIFICONE

Sono un cineblogger anche io! Quindi classificone 2008, dalla uno alla cinque:


EASTERN PROMISES

"I am driver. I go left, I go right, I go straight ahead - that's it."


RATATOUILLE

"
I'd like some fresh, clear, well seasoned perspective."


INLAND EMPIRE

"
I'm a whore. Where am I? I'm afraid!"


HOT FUZZ

"Ever fired your gun in the air and yelled, 'Aaaaaaah?'"


CRANK

"
Jesus. Nothing's easy."


ingiustamente esclusi:
Paprika, Paranoid Park, Sunshine, Superbad

Film dell'anno fuori classifica:
Black Sheep

Registi dell'anno:
Mark Neveldine & Brian Taylor (Crank)

Film di merda:
Soffio

Film delusione:
Halloween

Miglior attore:
Crispin Glover/Grendel (Beowulf)

Miglior film che non ho visto:
L'assassinio di Jesse James eccetera

Film che è piaciuto a tutti e a me no:
Io non sono qui

Film che non è piaciuto a nessuno e a me sì:
Beowulf

Premio simpatia:
L'albero della vita
300
Edmond

Cose che mi hanno fatto più ridere:
Mclovin in Superbad
Una scena qualsiasi di Borat
La parte finale, con lo squalo, nel brutto trailer di Strange Wilderness


E adesso passiamo ai migliori dischi del 2007:

no, non è vero, accontentatevi dei filmS.


scritto molto male da Andrea| 16:01 | commenti (4)
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lunedì, 31 dicembre 2007



SHOOT 'EM UP (2007, di Micheal Davis)
Shoot ‘em up mescola malissimo Sin city, Crank e Max Payne, per mettere in piedi una baracconata inguardabile che vorrebbe essere ironica e adrenalinica, ma che non diverte e non esalta praticamente mai. Scritto male e diretto peggio, il film di Davis, sul quale avevo riposto parecchie speranze, è uno degli action movie più insulsi che abbia visto negli ultimi tempi.
Clive Owen si trova a gestire un personaggio vergognoso, ma se la cava comunque benone e risulta l’unica nota positiva del film. Monica Bellucci è Monica Bellucci, e Paul Giamatti dà l’ennesima pessima, pessima prova attoriale, nei panni del cattivo psicopatico meno credibile della storia dei cattivi psicopatici. Io perdo il sonno pensando a quanto è sopravvalutato Paul Giamatti.


METALLICA: SOME KIND OF MONSTER (2004, di Joe Berlinger, Bruce Sinofsky)
Non so perché ho visto un documentario lunghissimo sui Metallica, ma devo ammettere che Some kind of monster è un oggetto talmente assurdo e inqualificabile che forse merita davvero una visione.
Commissionato dalla band stessa per testimoniare il parto soffertissimo di St. Anger (credo il loro ultimo album, non sono informatissimo sui Metallica e non ho voglia di informarmi), quello che forse doveva essere un film celebrativo diventa l’imbarazzante testimonianza del fallimento di una generazione, e più in generale di uno stile di vita.
Vedere tre quarantenni tamarri e tatuati andare in terapia di gruppo, scoppiare continuamente a piangere, delirare sulla forza e sull’energia della musica dopo mesi di riabilitazione per alcolismo, urlare “fuck” e “motherfucker” al microfono e poi correre a prendere i figli a scuola di danza è uno spettacolo indescrivibile, e molto triste.


DEATH SENTENCE (2007, di James Wan)
Dopo che gli hanno ammazzato il figlio, Kevin Bacon ingaggia una vera e propria guerra con una gang di criminali nazistoidi in cui moriranno (spoiler!) tutti quanti.
James Wan, dopo Saw e dopo il bello e invisibile Dead Silence, abbandona l’horror per buttarsi su un robusto film d’azione, appesantito da qualche ambizione che forse ci poteva essere risparmiata
(meglio ignorare, infatti, i tentativi di creare tensioni drammatiche, con cui Wan, per usare un generoso eufemismo, non dimostra di avere molta dimestichezza).
Il film ha un ritmo indiavolato, la violenza è tanta e sempre molto esplicita, e il regista fa un ottimo lavoro con la macchina da presa, arrivando anche a piazzare, in un eccesso di self-confidence, un elaboratissimo piano sequenza tra i più stupidi e inutili che mi sia capitato di vedere, ma ugualmente efficace.
Pur essendo quindi una specie di Taxi Driver dei poveri, Death Sentence è l’ennesimo buon prodotto partorito dallo splat pack, che non smetterò mai di ringraziare anche solo di esistere.
Kevin Bacon anche qui è un gran figo, ed è pure bravo.



I AM LEGEND (2007, di Francis Lawrence)
Sono un gran fan del libro di Matheson, e quindi mi aspettavo che un film tratto dal suo capolavoro sarebbe stato loffio e semplicistico, e avrebbe pestato il più possibile sull’aspetto casinaro della situazione di partenza un uomo solo vs tantissimi vampiri.
E in effetti il film di Lawrence è proprio così: stupra senza ritegno l’opera da cui è tratto per trovare un pretesto per mettere in piedi un action un po’ atipico, con un ragguardevole dispendio di armi, esplosioni e CG fatta male (che è più o meno la stessa cosa successa con Constantine, precedente lavoro del regista).
Tutto sommato divertente, ma ugualmente leggero e dimenticabile, il film si distingue più che altro per la buona prova di Will Smith, che si dimostra all’altezza dell’ingrato compito di sostenere tutta la pellicola sulle sue palestratissime spalle.



Volevo parlare di otto film in tutto ma mi è passata la voglia di scrivere. Mancano all’appello The deaths of Ian Stone, No country for old men, Shooter e Beautiful Sunday. Prima o poi posterò qualcosa a riguardo, forse.
Il classificone a Gennaio, quando sarò fuori tempo massimo.
Buon anno.

scritto molto male da Andrea| 15:37 | commenti (5)
categorie: cinema, visioni casalinghe

venerdì, 14 dicembre 2007

anche se non frega più a nessuno



Takashi Miike resta sempre il migliore di tutti.
Hype.

scritto molto male da Andrea| 15:20 | commenti (2)
categorie: cinema, ossessioni personali

venerdì, 07 dicembre 2007



ACROSS THE UNIVERSE (2007, di Julie Taymore)

Le poche idee buone del film si esauriscono nei primissimi minuti, quando sembra di intravedere un progetto fresco e originale, una bizzarra forma di musical con qualche piacevole intuizione.
Ma non ci vuole molto prima che si profili il disastro. Una tragedia di proporzioni immani, composta da metafore pesantissime,  scontati drammoni, sconfinamenti fuori controllo nella videoarte e interpretazioni attoriali da filodrammatica, il tutto spalmato con del digitale a caso.
Il fatto che per la maggior parte le canzoni dei Beatles reinterpretate dai protagonisti risultino uno scempio è quindi il danno minore che la regista Julie Taylor infligge all'ignaro spettatore, costretto a sorbirsi tirate di una noia mortale sul pacifismo militante, la forza benefica dell'amore, la guerra brutta e cattiva e l'amicizia come il valore più alto che ci aiuta a sopravvivere in questo mondo difficile.
L'unico motivo che possa giustificare una visione è la curiosità di vedere a quale vette di ridicolo può portare il prendersi troppo sul serio. La sequenza sulle note di Strawberry Fields Forever è emblematica in questo senso, e meriterebbe da sola l'uscita coatta dalla sala.



HALLOWEEN (2007, di Rob Zombie)
Fatico ad ammettere di essere rimasto terribilmente deluso dall'ultima uscita del mio tamarro preferito. Soprattutto perché per tutta la sua prima parte Halloween è magnifico: un coraggiosissimo remake costruito contro l'originale di Carpenter. Dove lì c'era la metafisica, il Male, l'orrore che nasce spontaneo nel cuore della middle class, qui c'è una precisa fenomenologia della psicosi, un male che nasce da una famiglia sbandata, tipicamente robzombiana, cresce e si dilaga secondo precisi e prevedibili schemi.
Fino a quando non si arriva alla sua reclusione, la storia riscritta di Michael Myers convince pienamente, rimanendo perfettamente nelle corde del regista, che gira in modo splendido come al solito, valorizzando ulteriormente la prova straordinaria di Daeg Faerch, probabilmente il ragazzino più inquietante che si sia mai visto davanti ad una macchina da presa, azzeccatissimo per la parte del piccolo assassino.
È quasi inspiegabile quindi la piega convenzionale che il film decide di prendere da un certo punto in poi, quando diventa un soporifero, ripetitivo slasher che non dice nulla di nuovo o anche solo di interessante. L'ultima cosa che ci si poteva aspettare da Zombie era questa piattezza disarmante in cui il suo Halloween sprofonda inesorabilmente, eppure è arduo trovare qualcosa da salvare nella esasperante sequela di omicidi tutti uguali che si ripetono pedantemente per tutta la seconda parte della pellicola.
La prima autentica macchia nella carriera di un regista a cui, da queste parti, si vuole comunque ancora bene.

*quel mattacchione di Rob ha mandato a noi fan una copia del film leggermente diversa da quella definitiva, con un finale cambiato e qualche sequenza tagliata via. Mi riservo perciò di cambiare completamente il mio giudizio all'uscita del film nelle sale italiane (più che altro ci spero).
Alla sempre attenta Violetta, che di nuovo ringrazio, il merito di avere scoperto la gabola.

scritto molto male da Andrea| 13:33 | commenti (10)
categorie: cinema, in sala, visioni casalinghe

martedì, 20 novembre 2007



LA LEGGENDA DI BEOWULF (2007, di Robert Zemeckis)

Dopo anni in cui è stato fatto più o meno sempre a sproposito, mi sembra finalmente giusto tirare in ballo la trilogia del Signore degli Anelli per parlare dell'ennesimo polpettone fantasy arrivato al cinema nel periodo natalizio o giù di lì. La leggenda di Beowulf ha infatti punti di contatto non trascurabili con il capolavoro di Jackson (e con questa cosa del capolavoro mi gioco metà dei miei lettori. Quattro persone in meno. Alla Shinystat saranno disperati).
In entrambi è evidente come i rispettivi registi abbiano cercato di modernizzare un'opera epica anche troppo famosa non rinunciando a far emergere tra le pieghe del blockbuster uno sguardo marcatamente autoriale.
Ecco, forse “autoriale” non è il termine che viene in mente quando si vede il protagonista farsi strada a spadate attraverso l'occhio di un enorme mostro marino, per poi mettersi ad urlare, sporco di sangue, IO SONO BEOWULF!
Ma è comunque piacevole vedere di nuovo al cinema lo Zemeckis più ludico e casinaro (e quindi il migliore), alle prese con un action di una tamarragine rara, che (come faceva appunto la trilogia di Jackson) appena può si sporca le mani con l'horror e lo splatter, entrambi straordinari.
Non posso purtroppo esimermi dallo spendere due parole sulla tecnica utilizzata, anche se ormai è stato bene o male detto tutto al riguardo. Personalmente ritengo che un certo tipo di cinema debba andare necessariamente in quella direzione, abbattendo finalmente la barriera che lo separa dal videogioco, senza più alcuna remora snob (visto che dall'altra parte della barricata sono arrivati molto più in là). Zemeckis lo ha capito e continua a provarci, e mi sento di ringraziarlo anche solo per questo. Certo, c'è ancora molto da lavorare, ma è solo una questione di tempo e riusciremo a non fare più caso a qualche plasticosità di troppo o a certe animazioni che fanno storcere il naso.
In conclusione, seppure non si arrivi alle altezze raggiunte dalla saga degli hobbit (è Jackson ad essere su un altro livello, e ad avere superato da un pezzo il suo mentore), La leggenda di Beowulf è quanto di meglio il fantasy al cinema abbia prodotto negli ultimi tempi.

scritto molto male da Andrea| 13:46 | commenti (9)
categorie: cinema, in sala

venerdì, 09 novembre 2007

no, no, è ancora aperto

Visto che è un bel po' che non scrivo, vado con un post torrenziale su un po' di film che ho visto ultimamente.

SOFFIO (2007, di Kim Ki-Duk)
Vorrei scrivere un commento composto solo da bestemmie. Kim Ki-Duk è diventato ormai squallido e imbarazzante, e ho l'impressione che la causa del suo decadimento artistico sia da imputare a noi che lo abbiamo spinto così tanto prima che diventasse un patologico fenomeno da festival.
Vedendo Soffio appare evidente come Kim non abbia più una ragione, una necessità, un'urgenza nel girare, se non quella di compiacere chi da lui si aspetta e si accontenta solo della superficie del suo cinema, fatta di belle immagini e metafore buttate lì alla va là che vai bene.
Non c'è nulla in Soffio che non sia un appiattimento e una banalizzazione di quello che già si è visto e amato nei suoi lavori precedenti.
Insomma, più o meno le stesse cose che avevo pensato per Time, con l'aggravante della recidività.


DIE HARD 4.0 (2007, di Len Wiseman)
La saga di Die Hard ha segnato la mia infanzia come poche altre cose hanno fatto, perciò rivedere ora McLane in canottiera, sporco e scazzato, toglie ad un mio eventuale giudizio qualsiasi parvenza di oggettività. Se a questo si aggiunge che considero Bruce Willis uno dei più grandi e importanti attori americani di tutti i tempi, si può immaginare quanto posso avere apprezzato questo vulgar display of power di esplosioni e macchine lanciate contro tutto e tutti (questa cosa del vulgar display of power l'aveva già scritta qualcuno da qualche parte, ma non mi ricordo chi e dove. Mi si perdoni il plagio).



RATATOUILLE (2007, di Brad Bird)
Finalmente un film Pixar che mi convince completamente, che non mi lascia la sgradevole sensazione del capolavoro mancato. Forse perché finalmente si rinuncia del tutto a riferimenti troppo espliciti da citare o parodizzare, e si costruisce da zero un universo autonomo e originale, a cui si appoggia una delle sceneggiature più profonde e intelligenti che si siano viste al cinema ultimamente. O forse perché questa volta la Pixar è riuscita ad incanalare le morali disneyane in una forma che le allegerisce senza svalutarsi e senza scendere a compromessi.
Sta di fatto che Ratatouille è un film gigantesco, immediata pietra miliare per tutto ciò che sarà il cinema d'animazione da ora in poi.
E io mi sarei accontentato anche solo dei titoli di coda.


Quel treno per Yuma fa un po' schifo.

Un'altra giovinezza è una rottura di palle insostenibile.

Stardust è pietoso

The invasion pure.

Hairspray è bellissimo. Però ho letto in giro che non è cinema. Però è bellissimo uguale.

Planet Terror è spanne sopra Death Proof

scritto molto male da Andrea| 16:00 | commenti (12)
categorie: cinema, in sala

domenica, 02 settembre 2007



THE SIMPSONS MOVIE (2007, di David Silverman)

È preoccupante che si parli bene di questo film sulla base del fatto che sarebbe potuto essere uno scempio, e invece no. È evidente che la scelta di Groening di non osare nulla, proponendo un episodio della serie lungo 90 minuti, risulta vincente nell'evitare la catastrofe che personalmente aspettavo, ma per poter parlare di operazione riuscita si doveva pretendere di più.

Se da un lato è positivo vedere i Simpson riacquistare quella freschezza che negli anni avevano perso, si nota purtroppo che quell'umorismo che aveva reso grande la serie (che nel passaggio al grande schermo è rimasto intatto e invariato) è invecchiato malissimo, superato negli anni come efficacia e come profondità da concorrenti più intelligenti e più battaglieri.
Pesa quindi come un macigno la moraletta reazionaria che i Simpson hanno sempre proposto, perché ora malamente alleggerita da un'ironia che non graffia più e non ha più molto da dire. Si ride di gusto solo quando si va sul demenziale o sul nonsense, o quando il film timidamente riflette (e satireggia) su se stesso. Il resto è un profluvio di gag riuscite quasi sempre a metà, un ritmo altalenante (che però, va detto, quando diventa furioso convince in pieno), e una (prevedibile) sensazione di stucchevole nostalgia.


YEAR OF THE DOG (2007, di Mike White)

I meccanismi sono quelli ormai frusti del recente cinema americano cosiddetto indipendente (spesso durante la visione il pensiero è andato a Little Miss Sunshine), e le due anime del film, dramma e commedia, non spingono mai abbastanza da colpire in modo significativo. Ma Year of the dog riesce comunque a scavare una breccia, collocandosi in uno spazio tutto sommato originale. Mike White evita tutti i tranelli in cui lo script rischiava di cadere (dall'autoindulgenza al facile sentimentalismo), e utilizza al meglio un cast bizzarro ma che funziona alla perfezione (John C. Reilly è come al solito il migliore di tutti).
Il film scorre via leggero e piacevole, azzeccando un tono agrodolce che quando cerca di andare in profondità non lo fa mai in modo pretenzioso, risultando in fin dei conti genuino e sincero.



Proseguono intanto, piuttosto a rilento, i lavori per ultimare The Iron Pagoda (1,2,3), discutibile quanto sofferto parto del sottoscritto e di Infamous.
Finita una prima fase di montaggio, bisogna adesso occuparsi dei suoni e di qualche piccolo ritocco di alcune scene non troppo convincenti. Volendo essere ottimisti, per la fine di Settembre potremmo avere qualcosa di più sostanzioso tra le mani.
Ne approfitto per ringraziare l'altro (ex?) blogger che è stato coinvolto nella cosa, il buon Rob, che ci ha dato una mano con tutte le cose più pesanti e pallose, e senza il quale non avremmo avuto dei curatori dell'audio così professionali (i più scarsi, nonché gli unici che facevano cose a caso lì in mezzo, eravamo io e murda).
Di seguito i link a qualche foto sfocata dal set (grazie Ciù).

1  2  3  4  5  6

The Iron Pagoda, l'unica kung fu comedy che non farà ridere nessuno.

scritto molto male da Andrea| 14:23 | commenti (6)
categorie: cinema, altro, visioni casalinghe

venerdì, 29 giugno 2007



A PROVA DI MORTE (2007, di Quentin Tarantino)

I più straordinari inseguimenti di macchine che si siano mai visti al cinema, con attorno purtroppo una specie di copia malriuscita di un film di Tarantino.

Mi trovo mio malgrado tra i detrattori di Death Proof, ma davvero non riesco a vedere dove sia la grandezza o l'importanza di una cosa del genere, e tutte le letture meta-qualcosa che ho visto in giro mi sembrano forzate, quando non completamente folli.
All'interno di Grindhouse, va detto, il segmento di Tarantino sembrava molto più sensato e godibile, in questa sua versione lunga e stand-alone diventa invece uno dei tanti esempi di degenerazione del tarantinismo al cinema, con tanto, tantissimo mestiere e nessuna sostanza.



OCEAN'S THIRTEEN
(2007, di Stephen Soderbergh)

Al terzo film della saga di Ocean, Sodebergh non cambia la solita formula: il nulla, però carino, patinato e divertente. Stavolta però è tutto un po' meno carino e un po' meno divertente dei primi due episodi, e in generale lo script, al confronto con i precedenti, perde parecchio in brillantezza. Ocean's thirteen scorre comunque senza intoppi, non annoia mai e lascia stampati in faccia dei gran sorrisoni. Ed è già molto, considerando l'individuo che c'è dietro la macchina da presa.



LA CITTA' PROIBITA (2006, di Zhang Yimou)

Odio essere volgare, ma La città proibita è una merda indifendibile. Una storia ridicola e senza senso fa da sostegno ad una delle messe in scena più vergognose che io ricordi.
Il regista non ha mai avuto la mano leggera, ma vedere Gong Li e Chow Yun Fat annegati in quel kitch debordante senza alcun ritegno, è una cosa che fa molto male.
Non si salva nulla di quello che passa sotto le mani di Yimou, che non fa altro che mettere in campo una mostruosa quantità di tette strizzate in vestiti improbabili, e lascia che il resto lo facciano le scenografie da luna park di provincia.
Persino i combattimenti fanno cacare, con il digitale buttato lì a caso e neanche un briciolo di inventiva. E poi ancora, di nuovo, immancabilmente, i rallenty del cazzo.
Non se ne può più, qualcuno fermi quel cinese.

scritto molto male da Andrea| 02:53 | commenti (9)
categorie: cinema, in sala

sabato, 23 giugno 2007



SICKO (2007, di Michael Moore)

Pur avendo ancora più pianti e violini in sottofondo dei precedenti, l'ultimo film di Michael Moore è decisamente all'altezza dei suoi migliori. Con un'analisi semplice e molto chiara il grassone svela le storture del sistema sanitario americano, esaltando di riflesso quello canadese (come era prevedibile) e quello di alcuni paesi europei.
Il film funziona molto bene: ormai Moore gestisce la forma documentario con una professionalità evidente, e pilota le emozioni dello spettatore riuscendo quasi sempre a far sembrare il tutto sincero e autentico.
L'unico problema di Sicko è che francamente dell'argomento non ce ne può fregare poi molto. Di solito i film di Moore riescono a dire qualcosa di anche solo vagamente universale pur limitandosi a problemi specifici, ma non è questo il caso. Il sistema sanitario americano è una cosa talmente aberrante, e talmente lontana da quello a cui siamo abituati, che risulta quasi incomprensibile come si possa non criticarlo.
Insomma, lo so da me che gli americani sono stupidi, e Sicko non fa poi molto altro che confermare questo fatto.


BREACH - L'INFILTRATO (2007, di Billy Ray)
Piuttosto snobbato dal pubblico alla sua uscita nelle sale italiane, Breach si è rivelato una gran bella sorpresa. Il film di Billy Ray riesce dove il mediocre The Good Shepherd aveva fallito: raccontare una storia vera di spionaggio evitando la spettacolarizzazione, affidandosi ad una narrazione sobria e trattenuta, e poggiando la maggior parte del carico sulle spalle degli attori.
Se l'effetto di queste scelte sul film di DeNiro era la noia, qui invece la tensione psicologica è palpabile e tiene bene le due ore di film. Le dinamiche che interessano i due protagonisti (Ryan Phillippe e un gigantesco Chris Cooper) sono ottimamente costruite, e pur battendo strade non troppo originali (il tema del doppio, il fascino e l'ambiguità del male) contribuiscono a delineare due personaggi memorabili.
Qualche ingenuità di regia e una risoluzione finale forse un po' troppo sbrigativa sono le uniche pecche di un film ottimo sotto qualsiasi punto di vista.

scritto molto male da Andrea| 12:31 | commenti (5)
categorie: cinema, in sala, visioni casalinghe





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